Chi parla di calcio è traditore
Tirana, 5 marzo 1967
Prendete un occidentale-tipo integrato alla civiltà dei consumi, uno che si copre di cambiali per conquistare il nirvana elettro-transistorizzato del comfort, svegliatelo alle sei di mattina e portatelo in cortile a fare mezz’ora di esercizi a corpo libero con un freddo che ti ghiaccia in bocca pure le maledizioni e poi andategli a parlare di marx-leninismo. In Albania, insieme ai sogni, muoiono all’alba pure le ultime remote possibilità di un’intesa. Siamo due mondi: non c’è niente da fare. Sul piano dell’ideologia pura un punto di incontro forse si può anche cercare di scovarlo ma con il dogma della ginnastica coatta non ci siamo proprio . I nostri velleitarismi di rivoluzionari da cine-club non reggono alla verifica dell’uno-due-tre ordinato dal capo-fabbricato.
«Decadenza fisica e morale» dicono loro, ma sbagliano. Le giunture arrugginite non c’entrano. Il fatto è che queste «mobilitazioni» muscolari insospettiscono e ripropongono immagini di ieri: le sfide a Berlino della Hitler-jugend, le discettazioni sulla razza-guida, i gerarchi a volo d’angelo a volo d’angelo nel cerchio di fuoco con la canottiera sotto la camicia nera. Poi il senso del ridicolo. Riuscire a vedere nella vicina di fila, paonazza per lo sforzo di riportare in equilibrio un seno prosperoso e sfiorito di cinquantenne, la inarrestabile marcia del proletariato è veramente difficile.
Ci ho provato comunque, e ora vi racconterò la giornata di un italiano del miracolo a Tirana, capitale «cinese» dei Balcani, nel marzo 1967, anno primo della rivoluzione culturale.
Alle sei tutti in piedi. L’uomo che mi ospita è imbarazzato. Non sa come spiegarmi la ragione dell’alzataccia. Ci gira un po’ intorno poi la parola ginnastica cade sul mio cervello ancora annebbiato, come l’addio di una donna che ha deciso di non starci più. Quasi non ci credo e invece mezz’ora più tardi sono giù con gli altri a fare flessioni e insolite contorsioni dorsali. Quelli che come me hanno la fortuna di riempirsi i polmoni di aria polare per il partito sono anzianotti. Tra un saltello e l’altro, chiedo lumi al mio anfitrione.
«Solo i pensionati fanno l’allenamento corporale nel cortile di casa - risponde mezzo soffocato dal fiatone - gli altri devono esercitarsi sul posto di lavoro, davanti all’ufficio o alla fabbrica, per le strade o nelle piazze, alla luce del sole, senza eccezioni, perché i compagni sappiano che non esistono trattamenti speciali per nessuno». Arrivano i primi crampi e ho davanti agli occhi l’immagine-monstre di certi onorevoli italiani in calzoncini corti davanti a Montecitorio.
Finalmente il capo-fabbricato dà lo «sciogliete le righe». Solo una doccia calda potrebbe rimettermi in sesto, ma negli appartamenti costruiti dal partito gli scaldabagni non esistono e non esistono nemmeno le docce. Mi consola pensare che lo stesso problema si pone al compagno Segretario. Le case sono state costruite con rigidissimi criteri economici e variano sono nel numero delle stanze. Però costano pochissimo (duemila lire al mese, pari ad un trentesimo della paga-base di un operaio) e nessuno è costretto all’inferno della coabitazione. Non sono naturalmente dimore hollywoodiane, eppure gli albanesi si contentano.
«Prima vivevamo molto peggio. I casolari in pietra fanno folklore a vederli da turisti, ma quando ci devi campare dentro è diverso. Ora poi abbiamo la luce elettrica».
Partiamo da posizioni troppo diverse.
(… testo mancante nell’originale)
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