Albania: La Cina a 90 km
Tirana, 28 febbraio 1967
All’aeroporto di Tirana, il giorno del mio arrivo, c’era il sole. Una sola pista. Negli hangar caccia a reazione e stelle a sei punte un po’ dappertutto. Nello spiazzo antistante l’edificio che ospita la dogana e il bar lo staff politico cinese di Tirana al gran completo e altri gerarchi albanesi. Sono venuti a rice vere il nuovo ambasciatore del Pakistan, un paese che l’odio per l’india sta spingendo nelle braccia di Pechino. Qualche attimo e sulla pelle mi si incolla la sensazione di essere sceso su un altro mondo forse più lontano della Luna. Da un muro Hoxha, l’uomo della resistenza, il professore-colonnello che insegnò ai nazisti cosa vuol dire il terrore quando non lo impone ma lo si subisce mi fissa con gli occhi senza tempo degli orientali mentre un funzionario del «bureau» politico sequestra i giornali che ho comprato a Fiumicino, Poco lontani, intorno ad un tavolo imbandito, cinesi e albanesi fanno insieme gli onori di casa all’ospite illustre che è sceso dal «Viscount». Auguri reciproci di ottima collaborazione e il brindisi rituale con il raky. Ne offrono anche a me. È una acquavite a sessanta gradi. Brucia. Sento che tra loro, gli alleati del dogma, per comprendersi sono costretti a parlare russo: è la vendetta «postuma» dei social-traditori di Mosca. Un altro raky.
Fuori c’è un gruppo di guardie rosse venute a portare il saluto della Gioventù del Lavoro: ragazzi e ragazze tutti armati. Sono dentro la rivoluzione, una rivoluzione dietro la porta di casa nostra. Ho sette giorni, in attesa del prossimo aereo, per cercare di raccontarla. Le operazioni di controllo dei bagagli vanno per le lunghe. Sono i libri e le macchine fotografiche che insospettiscono la polizia. «Turismo» spiego ma la cosa non li convince. Qualcuno è venuto a prendermi. Una persona che conosco bene, che ha il mio stesso nome, e non ho mai vista. La guerra prima, il comunismo dopo: un incontro atteso da ventotto anni. Il suo arrivo mi fa superare l’«impasse» doganale. Possiamo andare. Mi consegnano la carta di circolazione: ogni giorno a Tirana dovrò presentare in un certo ufficio dove apporranno un visto nelle sette caselle che mi sono state concesse. Non si fidano. Per il regime sono un occidentale, un nemico, un impero-capitalista. Il passato non conta: qualche metro di pellicola impressionabile vale più delle undici persone della mia famiglia che si fecero ammazzare dai tedeschi, combattendo per le stesse cose nelle quali crede il compagno Segretario.
Un altro raky. Questa volta i bicchieri si toccano con simpatia: è un fatto privato alla faccia del Partito. «Shended», «Salute», le mani tremano ed è comprensibile.
Prendiamo posto in una «Skoda» piena di acciacchi. Il tassametro scatta in continuazione mentre superiamo a fatica trattori e camion. Attraversiamo una campagna ricca di vigneti e di alberi. Ai bordi della strada cartelli dai colori vi- vaci che inneggiano al marx-leninismo e una ininterrotta processione di contadini in tuta blu. Li osservo con attenzione. Ci sono molte ragazze, alcune giovanissime non hanno l’aspetto di chi ha sempre lavorato la terra. «Sono guardie rosse» - spiega l’uomo che ha garantito per me all’aeroporto - «le braccia della rivoluzione culturale».
Qui in Albania, a novanta chilometri dalle coste italiane, i miliziani minorenni di Henver Hoxha hanno fatto una scommessa con la storia. Devono recuperare un ritardo di secoli e non hanno ancora sedici anni. A loro il partito chiede tutto: la parola impossibile è stata cancellata dal vocabolario. È la legge per la sopravvivenza che lo esige. Chiusi tra Stati nemici che non hanno mai nascosto mire espansionistiche, in insanabile polemica politico-ideologica con i «revisionisti» di Mosca, gli skipetari hanno un solo amico: Mao Tse-tung. Una «relazione» resa difficile da una diversa matrice culturale, un’alleanza problematica per la mancanza di continuità territoriale ma che, contro ogni pronostico sovietico funziona e sfata una superficiale illusione occidentale: la Cina non è lontana.
Per Hoxha il nuovo corso di Pechino è stata una occasione per chiedere alla masse contadine e operaie del suo paese un colossale sforzo collettivo per avanzare sulla strada dell’autosufficienza economica. Perché? Probabilmente per il timore che il potente protettore asiatico esca sconfitto dalla battaglia ingaggiata contro la casta dei burocrati «morbidi».
L’aiuto cinese (milioni e milioni di dollari per le ricerche petrolifere, macchinari ultramoderni per la creazione di impianti idroelettrici e il potenziamento dell’industria pesante) potrebbe cessare da un momento all’altro. Una Cina che rinnegasse il suo profeta, che dicesse di no alla rivoluzione permanente, relegando l’utopia egalitaria nel cassetto dell’impossibile, rappresenterebbe per Hoxha e il suo regime un pericolo mortale. Un riavvicinamento di Pechino alla Unione Sovietica dovrebbe, infatti, comportare delle «prove» di buona volontà da parte dei ribelli rinsaviti. Ora è fuor di dubbio che una di queste «dimostrazioni concrete» che il Cremlino sicuramente pretenderebbe è la rinuncia da parte cinese alle basi propagandistiche e militari in Europa. In parole povere un addio all’Albania e ai porti strategici di Durazzo e di Valona. I «puri» di Tirana si troverebbero così completamente isolati, come già avvenne 102 nel 1961, quando Kruscev, per punire la cieca fedeltà di Hoxha allo stalinismo, ruppe le relazioni diplomatiche (e soprattutto finanziarie) con il più piccolo dei suoi satelliti. L’Albania in quella occasione reagì violentemente alle sanzioni russe. Fu il «ruggito del topo» a per la prima volta dopo i dolorosi fatti di Ungheria, qualcuno nel mondo comunista osava pubblicamente opporsi allo strapotere di Mosca.
In quel lontano dicembre la secessione riuscì però a sopravvivere grazie all’immediato «interessamento» di Pechino.
Nel caso invece di una futura riconciliazione cino-sovietica a quale santo l’Albania potrebbe rivolgersi per mandare avanti il suo quinto piano quinquennale? Solo all’Occidente: ma l’ortodossia marx-leninista dello attuale regime rende assai improbabile tale ipotesi. Nell’incertezza del domani Hoxha dice alle masse: «Quando avremo completato la nostra ossatura industriale avremo portato a termine la seconda guerra di liberazione nazionale»; e agli alti burocrati del partito: «Non soffocate le critiche interne per salvaguardare i vostri privilegi personali. Se qualcosa non funziona bisogna cambiarla, costi quel che costi, ma l’importante è fare presto».
Mao e Hoxha hanno in comune solo l’ostilità nei confronti degli imperio-capital-revisionisti. Quando il primo crede nel pensiero, il secondo confida nell’azione. Uno è figlio di Confucio, l’altro di Sorel. La rivoluzione cinese è prodiga, incurante dei rischi, esaltante: fredda, ragionata, non violenta è quella albanese. Il filosofo di Pechino ha voluto il libero corso delle contraddizioni, calcolando i loro danni immediati, ma fiducioso nei loro vantaggi futuri; il capo skipetaro concede alle «guardie rosse» un’autonomia controllata appena sufficiente ha mettere il chi vive il «vertice», evitando che la rivoluzione scon- volga una struttura amministrativa ancora fragile, frenando così quello svi- luppo economico che invece si vuole drammaticamente incentivare. Questo è l’uomo per il quale oggi due milioni di uomini di preparano ha sopportare pesante sacrifici e a sopperire con uno sforzo volontaristico con un’enorme difficoltà che il rispetto del «dogma» procura loro. E sorridono salutando con il pugno chiuso i ritratti giganteschi del compagno Segretario, sui camion che li portano nell’interno del paese, lontano dalle paure, dove bisogna strappare nuova terra coltivabile alla Alpi balcaniche. Al collo hanno fazzoletti rossi: in Albania tutto è rosso, e nelle loro teste le raccomandazioni delle madri si confondono con gli slogans del Comitato centrale.
A Rogogin centosettanta mila volontari stanno costruendo un nuovo tronco ferroviario. Sono tutti molto giovani e hanno risposto all’appello del Partito portandosi dietro una coperta e i libri di scuola. Era necessario che un doppio binario unisse Rogogin al centro industriale di Fier ma nel piano quinquennale non erano previsti fondi per questa opera e allora ecco in azione le guardie rosse. La giovinezza corre avanti, – Gloria al Partito che ci ha dato una nuova 103 ferrovia, – Grazie al Partito che ci guida in questa nuova vita. È una canzone che radio Tirana trasmette ogni giorno, alle due, quando hanno un’ora di riposo per mangiare. Sono costretti per amore o per forza, ma più per amore, a starsene dieci ore con il piccone in mano in un inverno che di Mediterraneo non ha nulla e sono loro che ringraziano. Questo inno è stato, infatti composto da un gruppo di allievi delle scuole secondarie di Scutari: per noi occidentali «consumisti» di fatto o per vocazione, la cosa suona marziana.
Di questo parlavo lungo i trenta chilometri che separano l’aeroporto da Tirana. L’uomo che mi siede accanto e conosce le prigioni mezza Europa ha cercato di spiegarmi la rivoluzione culturale, il marx-lenismo militante, le speranze e le preoccupazioni della nuova Albania, naturalmente dal suo punto di vista che è quello di un vecchio teorico del Partito. «Ora sta a te: guardati e sforzati di afferrare il senso dei problemi e soprattutto non giudicare con astio: il nostro è un popolo che molto sofferto». A uno sguardo pieno di dolcezza, ma rassegnato. Il nostro non sarà mai un incontro completo. Possiamo capirci fino a che nel nostro discorso non cada una parola ingombrante, la parola libertà.
«La vostra è una forza economica, la nostra morale. Voi vivete nell’angoscia del domani, noi no. Cosa vi serve guadagnare sempre di più se le vostre esigenze aumentano in progressione geometrica ai redditi che raggiungete? Non placherete mai la nostra insoddisfazione. L’egoismo vi condanna alla continua amarezza, alla solitudine. Voi soffrite in un infero dorato: non vi chiedete mai il perché? Non si può avere la coscienza a posto quando si vive in un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo e questo sentirvi in colpa anche se non lo confessate si spinge a preparare la guerra». L’uomo che mi parla è un alto funzionario del governo albanese. È il mio primo contatto ufficiale con gli uomini del regime. Hanno voluto sottopormi ad un interrogatorio «ideologico». Gli ingranaggi della organizzazione si sono messi in movimento.
Il suo atteggiamento severo, dimesso, contrasta con la idea del potere che noi in Italia, e non senza ragione, ci siamo fatti. La componente mistica della sua formazione ti colpisce subito come l’abito mal tagliato che lo rende goffo, le mai che conoscono il lavoro, la stupefacente assenza di dubbi. Cerco di incasellarlo, di metterlo a fuoco. Uno scaltro propagandista? Un visionario? Un poveraccio, che deve allinearsi alle direttive dei capi per non finire in una comune agricola? No, semplicemente un Marx-leninista, un fedele della più intransigente ecclesia comunista.
Ricordi raccolti da Luan Rexha guardando la Senna con amore e nostalgia. Seguimi su facebook!